Non ho visto l’inizio della guerra, né la resistenza né la dolce vita, l’ho solo vissuta spesso non comprendendola appieno dalla mia isola, fiera solare e orgogliosa in un cobalto mediterraneo.
Le isole sono parti di sé autonome che non mutano ma portiamo con noi ovunque andremo, quel dentro a cui far ritorno e che niente può togliere.
La mia isola è speciale: dalla neve ai fichi indiani nel giro di 20 minuti scarsi.
Da piccola abitavo in campagna, e il mare era il lenzuolo che intorno al mio piccolo mondo si increspava come per magia. La campagna odorava di nonni, di primavere, di calori, di racconti intorno al fuoco scoppiettanti come i miei ricordi, di rumori misteriosi, e di ricette. I miei nonni non sapevano scrivere, allora le ricette si raccontavano e per me l’esercito dei pomodori era glorioso come quello di Napoleone, le ciliegie ammalianti come ballerine di charleston e così via dicendo.
Dopo la guerra a solo 18 anni mi sposai e con mio marito scesi dalla campagna per abitare verso il mare. Il mare ha altri odori e altre storie che mi si spalancarono e spesso mi consolarono. Il mio non fu un matrimonio felice, anche se ebbi due figli e numerosi nipoti. Mi mancava l’amore la dolcezza l’innamoramento la complicità. Non era amore, certo che no, ma una semplice e accordata convivenza. Amavo senza ritorno, e le persone non si possono cambiare. Non sono discorsi accademici, ma quella innata saggezza che proviene dalle mani sporche di terra. Mi sentivo molto sola e inutile. Mi piaceva andare in riva al mare, aspettare le navi dal continente cariche di merci e persone, immaginare le leggende sparse tra le baie da poterle vivere un po’ anche io. Mi piaceva perdermi tra le mani dei pescatori a districare le reti fino a districare io stessa i meandri del mio cuore.
Fu così che nel 1950 chiesi a mio marito di poter prendere in gestione la locanda vicino al mercato sulla strada per il porto. In realtà era una vecchia bettola, un po’ fatiscente e con pochi tavoli, tuttavia io la vedevo già diversa: colorata pulita e, in estate, con i tavoli aggiunti fuori sotto al porticato di gelsomino. Inizialmente non ne volle sapere di fare un tale investimento, ma alla fine mi accontentò, forse per ripagarmi di tutto il resto che non era in grado di darmi. La locanda fu ristrutturata con le mie stesse mani: credevo in quel progetto, come si crede a un sogno, a un amico, a se stessi. L’interno era giallo, fuori l’odore del glicine rendeva la calura più lieve e miei giorni meno drammatici. Fu così che inizia a cucinare, ripetendo a volte come filastrocche altre volte come formule magiche le ricette delle mie nonne. Preparare le vivande, scegliere le verdure, tentare nuovi abbinamenti era divertente e vitale. Mi faceva sentire parte della storia, mi faceva sentire femminile, mi faceva sentire in un posto solo mio che lentamente stavo costruendo a mia misura, la mia isola dentro a cui fare ritorno. I colori utilizzati, i piatti proposti…non erano solo menù e deschi, ma parte di me. E poi in cucina mi ero messa una piccola televisione in bianco e nero: mi piacevano le storie d’amore americane, quei bei melodrammi con attrici dagli occhi grandi e attori odorosi di tabacco. E mentre vedevo quelle storie in qualche le vivevo, e mentre le vivevo tagliavo affettavo pulivo cuocevo salavo condivo stufavo….
Una vera sinfonia di immagini e sapori. Lentamente la locanda si fece una certa notorietà. Era frequentata da pescatori del porto, e famiglie per i pranzi domenicali. Poi vennero gli anni 60, col bikini portarono i primi turisti e qualche vip. Poi gli ambientalisti degli anno 70 con le loro biciclette, e gli equipaggi da yacht negli anni 80. La mia locanda si ferma lì, travolta da un’alluvione improvvisa, tutto in una notte. Ha tracimato via i miei colori, i miei tavoli, i miei strumenti per creare gusto e fantasia, in qualche modo per essere più della sopravvivenza. Ma nella mia testa e nel mio cuore quei tavoli imbanditi ci sono ancora, con tutti i colori degli umori, con tutti i visi appoggiati alla tovaglia. Nessuno manca. Sono stata anche premiata come cuoca, ma se chiudo gli occhi ancora mi inebria l’odore del glicine e tutto mi scoppia nelle vene, verrebbe da piangere, allora ripeto a voce alta le ricette come intorno ai fornelli, e prima ancora intorno al fuoco. Allora era la paura di vivere, adesso di morire, ma come una formula magica ogni timore è guarito perché finchè ci sarà un cuore ad accogliere il mio canto odoroso di indaco.
