giovedì, 16 luglio 2009

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.

A volte la luna sembra più vicina se a tracciarne i contorni sono poesie senza tempo, dai lirici greci a Calvino, scagliate nel tempo a rompere il silenzio e al tempo stesso a riempirci di ritmi pause, specie se è la voce di un attore grandioso. Un attore che usa la voce come uno strumento musicale, un attore che con il corpo delicatamente partecipa a ciò che legge. Un respiro più profondo prima del passo successivo e poi un’immersione dove perdersi è in realtà ritrovarsi. Così in un’abbazia sconsacrata in una calda sera estiva, il pubblico eterogeneo, Lo Cascio che legge poesie infinite e dense. Gli occhi brillano, di luce propria e come schermi leggeri appaiono film e pellicole importanti, e amate. Ma per qualche minuto il tempo e lo spazio sono annullati, e l’anima in quella sospensione quasi eterea si perde tra allunaggi, solitudini, cantici, tra astronomia e poesia.

Ps che poi…di persone note ma umili, disponibili, stupiti dei calorosi commenti e che regalano un vibrante recital gratis, non ce ne sono molte…

postato da: erika_luna alle ore 17:41 | Permalink | commenti
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domenica, 25 maggio 2008
Ho sempre camminato sul bordo, fin da quando ero piccola. Erano i bordi imperfetti dei giardini pubblici, poi quelli aggomitolati della piazza in paese e spesso, successivamente, quelli taglienti e rettilinei del porto, da cui, irrinunciabilmente, cercavo di vedermi ogni sera il tramonto. Perché avrei voluto sprofondare insieme al sole fra gli abissi e gli orizzonti.
Da questi bordi ho guardato il mondo, a volte interferendo con lui, senza mai sentirmi davvero parte di esso. Fin da piccola una sorta di alienazione mi teneva come dentro una gigantesca bolla di sapone, sebbene gli altri mi abbiano sempre affascinato e abbia dato tutta per le cose in cui credevo, per le persone a cui tenevo. Talvolta facevo scoppiare la bolla per il semplice desiderio di sanguinare sui gomiti, sbucciarmi le ginocchia del cuore, in qualche modo sporcarmi di vita. Ho sempre percepito di fatto di aver camminato costantemente tra la normalità e la follia, ammettendo dentro di me che la seconda mi si addiceva essendo maggiormente a mia misura. Ho fluttuato così tra due confini in una terra di nessuno che fosse solo dannatamente mia. Ho combattuto per cercare di essere come gli altri impegnando a fare le cose che gli altri naturalmente fanno, fossero studi amori lavoro o amicizie. Erano semmai recite imperfette di un tempo che ancor oggi non so coniugare. E poi costantemente il baratro della solitudini, di rumorose voci dentro ammalianti e pericolose. Tutto finì in una giornata assolata ed afosa di maggio. Tutto finì lì sulla linea retta e impertinente del porto. Le acque mi chiamavano, per me il sale era dolcissimo, era come tornare nel grembo del proprio destino e finendola trovare pace. Ricordo solo il bianco delle lenzuola, il mondo capovolto dalla barella, e il blu elettrico e sonoro dell’ambulanza, gli aghi a penetrare nelle vene impazzite. Da allora niente è come prima, solo il mio stato, che altri definiscono malattia. Ho camminato negli spazi geometrici e asettici delle corsie, incontrando sguardi folli e solidali, ho perso il controllo del mio corpo, dei miei ritmi, dei miei sonni in formule chimiche che dovrebbero fare da sentinella. Le mie ossa, ridotte ad unico sostegno di membra stanche e di una mente in cerca di guarigione si sono mosse fra altri letti di sconosciuti e disperati, anche se i veri sconosciuti non erano loro. Quanto, piuttosto, parenti e amici che non mi riconoscevano più, che non se l’aspettavano fra l’incredulo, il senso di colpa e l’incapacità di amare. Io mi guardavo allo specchio: vedevo la bambina costruire castelli di sabbia, l’adolescente cantare sul si bianco a squarciagola, l’amica nel cuore della notte a chiacchierare fra anelli di fumo e birre infinite, la donna fra letti disfatti e vetri appannati. Alla fine credetti a loro, decidendo che non sarai mai guarita, che non avrei mai avuto una vita “normale”, che io, tuttosommato, vorrei davvero con ogni mia forza. Solo che sono stanca. Mi aggiro per le strade della mia città. A volte invidio le mie compagne in giro con carrettini e bimbi sorridenti. Avrei voglia di una canzone senza acuti né toni bassi, un tono medio, un ritmo regolare, un paraurti per la mia anima, vorrei comprendere la mia autenticità. Invece ho paura di me, e penso così che il bianco ospedale sia l’unico colore possibile per quelli come me, anche se in fin dei conti non credo che esista la normalità. E così i giorni sfrecciano, i miei brandelli lentamente bruciano nei colori ardenti dell’ennesimo tramonto.

postato da: erika_luna alle ore 18:00 | Permalink | commenti
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martedì, 20 maggio 2008
Non ho visto l’inizio della guerra, né la resistenza né la dolce vita, l’ho solo vissuta spesso non comprendendola appieno dalla mia isola, fiera solare e orgogliosa in un cobalto mediterraneo.
Le isole sono parti di sé autonome che non mutano ma portiamo con noi ovunque andremo, quel dentro a cui far ritorno e che niente può togliere.
La mia isola è speciale: dalla neve ai fichi indiani nel giro di 20 minuti scarsi.
Da piccola abitavo in campagna, e il mare era il lenzuolo che intorno al mio piccolo mondo si increspava come per magia. La campagna odorava di nonni, di primavere, di calori, di racconti intorno al fuoco scoppiettanti come i miei ricordi, di rumori misteriosi, e di ricette. I miei nonni non sapevano scrivere, allora le ricette si raccontavano e per me l’esercito dei pomodori era glorioso come quello di Napoleone, le ciliegie ammalianti come ballerine di charleston e così via dicendo.
Dopo la guerra a solo 18 anni mi sposai e con mio marito scesi dalla campagna per abitare verso il mare. Il mare ha altri odori e altre storie che mi si spalancarono e spesso mi consolarono. Il mio non fu un matrimonio felice, anche se ebbi due figli e numerosi nipoti. Mi mancava l’amore la dolcezza l’innamoramento la complicità. Non era amore, certo che no, ma una semplice e accordata convivenza. Amavo senza ritorno, e le persone non si possono cambiare. Non sono discorsi accademici, ma quella innata saggezza che proviene dalle mani sporche di terra. Mi sentivo molto sola e inutile. Mi piaceva andare in riva al mare, aspettare le navi dal continente cariche di merci e persone, immaginare le leggende sparse tra le baie da poterle vivere un po’ anche io. Mi piaceva perdermi tra le mani dei pescatori a districare le reti fino a districare io stessa i meandri del mio cuore.
Fu così che nel 1950 chiesi a mio marito di poter prendere in gestione la locanda vicino al mercato sulla strada per il porto. In realtà era una vecchia bettola, un po’ fatiscente e con pochi tavoli, tuttavia io la vedevo già diversa: colorata pulita e, in estate, con i tavoli aggiunti fuori sotto al porticato di gelsomino. Inizialmente non ne volle sapere di fare un tale investimento, ma alla fine mi accontentò, forse per ripagarmi di tutto il resto che non era in grado di darmi. La locanda fu ristrutturata con le mie stesse mani: credevo in quel progetto, come si crede a un sogno, a un amico, a se stessi. L’interno era giallo, fuori l’odore del glicine rendeva la calura più lieve e miei giorni meno drammatici. Fu così che inizia a cucinare, ripetendo a volte come filastrocche altre volte come formule magiche le ricette delle mie nonne. Preparare le vivande, scegliere le verdure, tentare nuovi abbinamenti era divertente e vitale. Mi faceva sentire parte della storia, mi faceva sentire femminile, mi faceva sentire in un posto solo mio che lentamente stavo costruendo a mia misura, la mia isola dentro a cui fare ritorno. I colori utilizzati, i piatti proposti…non erano solo menù e deschi, ma parte di me. E poi in cucina mi ero messa una piccola televisione in bianco e nero: mi piacevano le storie d’amore americane, quei bei melodrammi con attrici dagli occhi grandi e attori odorosi di tabacco. E mentre vedevo quelle storie in qualche le vivevo, e mentre le vivevo tagliavo affettavo pulivo cuocevo salavo condivo stufavo….
Una vera sinfonia di immagini e sapori. Lentamente la locanda si fece una certa notorietà. Era frequentata da pescatori del porto, e famiglie per i pranzi domenicali. Poi vennero gli anni 60, col bikini portarono i primi turisti e qualche vip. Poi gli ambientalisti degli anno 70 con le loro biciclette, e gli equipaggi da yacht negli anni 80. La mia locanda si ferma lì, travolta da un’alluvione improvvisa, tutto in una notte. Ha tracimato via i miei colori, i miei tavoli, i miei strumenti per creare gusto e fantasia, in qualche modo per essere più della sopravvivenza. Ma nella mia testa e nel mio cuore quei tavoli imbanditi ci sono ancora, con tutti i colori degli umori, con tutti i visi appoggiati alla tovaglia. Nessuno manca. Sono stata anche premiata come cuoca, ma se chiudo gli occhi ancora mi inebria l’odore del glicine e tutto mi scoppia nelle vene, verrebbe da piangere, allora ripeto a voce alta le ricette come intorno ai fornelli, e prima ancora intorno al fuoco. Allora era la paura di vivere, adesso di morire, ma come una formula magica ogni timore è guarito perché finchè ci sarà un cuore ad accogliere il mio canto odoroso di indaco.

postato da: erika_luna alle ore 07:13 | Permalink | commenti
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